La lince ritorna nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi

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Il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi da pochi giorni fa ha una nuova, graditissima ospite: un bellissimo esemplare di lince, in particolare trovata sui Monti del Sole, cuore del parco nazionale. Tracce e resti di prede sono stati rinvenuti dagli agenti del CTA del Corpo Forestale dello Stato, incaricati delle attività di sorveglianza nel Parco. Lo stupore e la felicità degli agenti forestali sono stati tanti, soprattutto in considerazione del fatto che erano molti anni che esemplari di lince non si vedevano su quelle montagne.

pn15_004La presenza prima di un orso ed ora della lince, conferma l’ottimo stato del parco e degli ambienti tutelati dalle autorità preposte: i predatori che un tempo erano perseguiti ed uccisi dall’uomo, in quanto considerati pericolosi, oggi vengono invece tutelati e protetti, oltre che accettati dalla comunità locale che si è resa conto dell’importanza della loro presenza per l’equilibrio naturale.

La lince europea o lince eurasiatica (Lynx lynx Linnaeus, 1758) è uno dei maggiori predatori delle foreste europee e siberiane. Presenta un colore giallo-scuro con macchie nere.

Una volta questo felino era presente in tutta Europa. Dalla metà del XX secolo si è estinto in molti Paesi dell’Europa centrale e dell’Europa occidentale.

La lince europea è la più grossa specie di lince esistente. È più grande di un gatto selvatico e le sue dimensioni coincidono pressappoco con quelle di un cane di taglia media come il pastore tedesco o il pastore belga. Il suo peso è distribuito in modo tale da permettergli movimenti agili e veloci, indispensabili per la cattura delle sue prede. Pesa dai 25 ai 33 kg, sebbene siano stati registrati esemplari di particolare grandezza che abbiano sfiorato i 40 kg. Ha un’altezza che si aggira tra i 70/80 cm al garrese, ed è lunga circa 110/150 cm. La colorazione del mantello è molto variabile: si passa da un grigio scuro uniforme ad un bruno rossiccio, con macchie evidenti. A lato del muso sono ben osservabili i ciuffi di pelo sulle guance che sembrano formare delle folte “basette”; anche sull’estremità delle orecchie sono presenti due ciuffi di pelo di colore scuro lunghi 4–5 cm. Le zampe sono munite di unghie affilate che vengono retratte durante la deambulazione; esse sono inoltre grandi e pelose consentendo così all’animale di spostarsi con facilità anche nella neve fresca oltre a muoversi in maniera talmente silenziosa da diventare quasi impercettibile. Va precisato che le zampe posteriori sono più lunghe di quelle anteriori rendendo possibile balzi di notevoli dimensioni e scatti veloci. La lince possiede 28 denti: i quattro lunghi canini sono fondamentali per l’uccisione delle prede.
pn15_003Possiede una vista e un udito eccezionali e riesce a saltare fino ad un’altezza di 3 metri. La vita media di un esemplare di lince in libertà può variare dai 10 ai 15 anni.
La lince preda principalmente animali di piccole o medie dimensioni come lepri, conigli, vari roditori, volpi, uccelli, invertebrati e rettili. Attacca però anche animali di dimensioni maggiori quali daini, caprioli, mufloni e giovani cervi e cinghiali ( più raramente questi ultimi, data la loro estrema abilità nel difendersi). Le linci del Nord Europa attaccano talvolta esemplari di alci e renne, cosa che, tuttavia, può esporle a particolari rischi, tranne che nel periodo invernale quando i movimenti di queste grandi prede vengono resi più difficili dalla neve. La caccia avviene soprattutto al crepuscolo: la lince, nascosta nel fitto della vegetazione, aspetta il sopraggiungere della preda per poi aggredirla di sorpresa con un balzo fulmineo, perlopiù alla gola o al collo, nel tentativo di ucciderla immediatamente. Se il primo attacco fallisce, consentendo la fuga della preda, la lince generalmente desiste dall’inseguimento a causa dell’inadeguatezza del suo apparato circolatorio che non le consente sforzi prolungati. Questo carnivoro si nutre prevalentemente delle parti muscolari dell’animale ucciso, lasciando gli organi interni intatti nella loro sede. La preda non viene consumata in una sola volta dalla lince, la quale, se non disturbata, ritorna ripetutamente a nutrirsene avendo cura ogni volta di nascondere i resti con fogliame e materiale vario.
La stagione degli amori della lince europea va da dicembre a marzo; durante questo periodo il maschio emette un particolare lamento per richiamare l’attenzione delle femmine. Dopo due mesi e mezzo circa dall’accoppiamento, nascono i cuccioli, che sono solitamente da 1 a 4. I cuccioli nascono già con la pelliccia ma totalmente ciechi. La dentatura definitiva si sviluppa nel corso del primo anno di vita ed i canini, essenziali per la caccia, appaiono per ultimi. A causa del loro lento accrescimento i cuccioli non possono sopravvivere al primo inverno senza il supporto della madre. Mentre la madre va a caccia, restano nelle tane; inizieranno più tardi a seguire la madre per osservarne i movimenti.

pn15_002La lince, a causa della sua presunta pericolosità, è stata in passato perseguitata e, in alcune regioni europee, addirittura sterminata. In realtà si tratta di un animale molto elusivo e schivo e pertanto quasi innocuo per l’uomo. Probabilmente nei secoli addietro vi sono state alcune aggressioni della lince all’essere umano, ma al giorno d’oggi sono assai rare. Fondamentalmente i motivi della sua scomparsa da vaste regioni d’Europa sono le aggressioni al bestiame (gatti, pollame, capre, pecore o vitelli) e la sua fulva pelliccia maculata, che suscitava le attenzioni dei bracconieri. Le possibilità di osservare direttamente la lince in natura sono estremamente ridotte e solo le sue tracce o i resti dei suoi pasti consentono di intuirne la presenza. Una particolarità della lince è la sua grande intelligenza e la sua attitudine all’addomesticamento: è stato dimostrato che quest’animale è in grado di condividere con l’uomo lunghi periodi di vita. Recentemente, oltre a questo avvistamento nel bellunese, sono stati accertati i segni di un suo ritorno nel nord Italia e nell’Italia centro-meridionale. La sua presenza è stata accertata negli ultimi anni sui monti della Sila, in Calabria, dove si credeva scomparsa.

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